| MAENZA |

Situata a 365 metri di quota, su un colle dei contrafforti dei Monti Lepini, Maenza gode di una posizione davvero privilegiata:
da una parte il verde anfiteatro costituito dalle colline ricche di olivi e dai monti coperti di faggi, castagni, lecci e querce, dall’altra la pianura pontina ed il mare su cui si spazia all’infinito (nelle giornate limpide si vede chiaramente l’isola di Ponza).
E che dire del bellissimo borgo medievale? Dominato dalla mole del magnifico castello del XIII secolo (uno dei più importanti del Lazio) mantiene intatta la sua struttura originale con suggestive stradine, piazzette, vicoli, archi, belle chiese e l’armoniosa ed elegante loggia-mercato.
Le antiche abitazioni con le cimase e gli architravi in pietra serena sono ben tenute e spesso ornate con vasi di fiori, scorci incantevoli si offrono ovunque agli occhi del visitatore.


Maenza, date le distanze relativamente brevi che la dividono sia dai centri balneari che dalle catene montuose, è il posto ideale per un soggiorno estivo.
Infatti è circondata da montagne che superano i 1000 metri di altezza, sulle quali è diffusa la pastorizia e l’allevamento di cavalli, oltre a colture di funghi e oliveti, molte sono le piante di quercia di faggi (oltre i 900 m.) e soprattutto di carpino nero.
Importantissime sono le sorgenti naturali di acqua, infatti alimentano pozzi e canali partendo dalle rocce di alta quota fino alle falde della montagna.
Vasta è la presenza umana sulle nostre montagne, pastori, allevatori e turisti hanno permesso lo sviluppo di strade e sentieri di raccordo con le antiche mulattiere, queste opere consentono ai visitatori (sia in auto che a dorso di cavallo) di osservare la rigogliosa natura dei boschi e il sottostante panorama della pianura pontina che spazia sino al mare e le isole.
Data la varietà faunistica è in progetto la creazione di un Parco Naturale, non è raro, essere richiamati dagli squisiti odori della cucina locale della quale segnaliamo i piatti di cacciagione, gnocchi, polenta e fettuccine.

STORIA:
Una lapide antica di 2000 anni inserita nel muro adiacente la chiesa di S. Eleuterio testimonia l’antica civiltà del territorio sul quale si estende Maenza.
La storia del popolo maentino appartiene infatti alle popolazioni di antichissima civiltà pastorale italica, le cui remote origini sono ufficialmente individuate in un periodo che va dal XIV al XI secolo a.C. col nome di civiltà appenninica, essenzialmente agricola e pastorale.
La leggenda vuole far derivare il nome del paese dall’eroe MAGENTIO, il Mazentius di origine etrusca, che fu costretto ad allontanarsi dalla partia Cere e che è ricordato nel libro X dell’Eneide dove combatté come alleato di Enea.
Un’ipotesi sul nome e sulla fondazione del paese potrebbe essere legata all’invasione dal nord Europa da parte di popolazioni germaniche che dopo la conquista dei territori edificarono una fortificazione, MAIENZA, richiamandosi alla città Mainz sul Meno, nei pressi di Francoforte, oppure potrebbe trarsi dalla radice Mag (crescere) che insieme a Gens (gente) vuole significare “gente che cresce”.
Sulle origini di Maenza disponiamo di una testimonianza quanto mai autorevole: quella di Gregorovius. Nel V volume della sua Storia di Roma nel Medio Evo il grande storico tedesco afferma che la maggior parte dei castelli e dei relativi borghi sparsi nel basso Lazio ebbe origine a seguito degli stanziamenti di invasori Longobardi, Sassoni e Franchi.
Origine tedesca dunque sia per il nome di Maenza, che per Gregorovius va ricondotto a Mainz, sia per la casata che le dette la propria impronta e la dominò per circa quattro secoli, quella dei Conti di Ceccano, a proposito dei quali Gregorovius scrisse “Della loro derivazione germanica fanno prova i nomi di Guido, Landolfo, Goffredo, Berardo, Rainaldo, che si mantennero nella loro famiglia”.
Nell’antichità la zona era abitata dai Volsci che già prima della fondazione di Roma avevano raggiunto un alto grado di civiltà e che furono sottomessi dai Romani dopo circa due secoli di aspre lotte; dell’ostinazione e del coraggio con cui i Volsci difesero la loro indipendenza ci è testimone Tito Livio che di loro scrive “ Parvero dalla sorte destinati a tenere il soldato romano perennemente in attività”. L’antica città volsca di Privernum, divenuta sotto i Romani “municipium”, fu distrutta da incursioni saracene nel IX secolo e ricostruita dove sorge l’attuale Priverno; lo storico Domenico Cantatore scrive a proposito “Ancora si scorgono resti imponenti dell’antica città distrutta, prove sicurissime della grandezza ed importanza di quella, ma non potendo tutti i cittadini di quella stabilirsi entro le mura della nuova città, alcuni fondarono Roccagorga, altri Asprano, altri Maenza, altri Perseo, altri il Forte della Croce, altri Sonnino e quei castelli che divennero famosi, i quali tuttavia, sottomessi nel nome di S.Pietro, pagano a Priverno un tributo annuale”.
Pertanto Maenza sarebbe sorta come insediamento originato dalla dispersione della popolazione di Privernum e tale insediamento sarebbe stato ben presto consolidato e dominato da invasori di stirpe germanica: quindi radici lontane che riconducono al fiero e civile popolo dei Volsci, origini storicamente documentate che riconducono, come afferma Gregorovius, alle migrazioni di gruppi etnici di ceppo germanico.
La storia di Maenza, come quella di innumerevoli borghi medioevali, si intreccia strettamente con le vicende dei feudatari dominanti. Numerose casate ebbero in feudo Maenza e tra esse figurano anche gli Annibaldi, i Caetani, i Borgia, gli Aldobrandini, i Pamphili, i Borghese ed inoltre i De Cabanis i Fasani Volarelli e Pecci, ma quella cui più strettamente si ricollegano le sorti di Maenza fu senza dubbio la casata dei Conti di Ceccano, che la tennero in feudo per circa quattro secoli e dei quali Gregorovius scrive “Nei Monti Volsci primeggia dinastia antichissima della contrada la casa dei Conti di Ceccano che, per ricchezza e dignità, era nella Chiesa tenuta in gran conto.
Quei signori si erano fatti potenti prima ancora che sorgessero in fiore i Colonna; già fin dal tempo di Enrico IV si teneva nota che Gregorio, uno dei loro antenati, aveva ivi officio di Conte. La morte di lui (1104) è la prima volta che si faccia menzione di questa casa di Conti. Della loro derivazione germanica fanno prova i nomi di Guido, di Landolfo, di Goffredo, di Berardo, di Rainaldo che si mantennero nella loro famiglia”.
Tra i personaggi più significativi della casata, Giovanni da Ceccano, autore della celebre “Cronaca di Fossanova” che si spinge fino al 1217, e ben quattro cardinali: Annibaldo, Giordano, Stefano e Teobaldo, domenicano, che insegnò teologia a Parigi e fu in stretti rapporti con S.Tommaso d’Aquino di cui contribuì a diffondere la dottrina.
Dei Conti di Ceccano ricordiamo Berardo I (1204-1254) che tra i suoi numerosi feudi scelse come residenza abituale proprio Maenza e vi fece costruire lo splendido Palazzo Baronale, tale palazzo ospitò anche San Tommaso d’Aquino, il quale, come risulta dai verbali del procedimento di canonizzazione, compì a Maenza il suo primo miracolo.
Altro importante personaggio della casata fu Giacomo I (1299-1363) che prese parte attiva alle travagliate vicende che sconvolsero lo Stato della Chiesa nel periodo in cui la sede pontificia era trasferita ad Avignone : Giacomo I dispose che le sue spoglie fossero tumulate in una cappella del duomo di Maenza.
Tra gli avvenimenti che portarono Maenza alla ribalta della storia, un fosco episodio avvenuto nel settembre del 1123. Un familiare pontificio di nome Crescenzio, incaricato dal Papa di riscuotere i tributi dei feudatari della zona viene assassinato nel territorio di Maenza e rapinato di tutto quanto porta con sé. Il Papa Callisto II ritiene responsabile del fatto il Signore di Maenza, contro il quale fa muovere immediatamente le truppe pontificie; il paese viene occupato ed il feudatario, dopo un processo sommario, viene decapitato sulla piazza del castello. L’episodio è sintomatico della situazione di costante conflittualità esistente all’epoca tra la Santa Sede, che andava progressivamente consolidando il controllo politico-amministrativo sul proprio territorio, ed i feudatari, che, gelosi della loro autonomia, tentavano di resistere all’opera accentratrice dei Papi. Anche successivamente, a seguito di altre ribellioni dei feudatari della zona, Maenza con altri centri limitrofi fu di nuovo occupata dalle truppe pontificie inviate da Papa Onorio III (1216-1227).
Sempre nell’ambito delle contese territoriali, ed in particolare della secolare rivalità tra Orsini e Colonna, rientra un significativo evento della storia di Maenza: con una bolla del 28 maggio 1300 Papa Bonifacio VIII, sostenuto dagli Orsini, confiscò il feudo dei Conti di Ceccano, che erano schierati dalla parte dei Colonna, e lo passò direttamente sotto il dominio del cardinale Matteo Orsini.
Maenza tornò ai Conti di Ceccano nel 1304 per volere di Papa Benedetto XI che pretese però da loro formale atto di sottomissione.
Fra i rappresentanti della casata dei Conti di Ceccano l’ultimo Signore di Maenza fu Raimondello, che la ebbe in Feudo dalla madre Rita, figlia di Giacomo I; Raimondello rinnovò il castello e fece costruire una nuova cinta muraria.
Dal 1346 Maenza passò ai Caetani e successivamente, come già detto, a varie altre casate che, però, le attribuirono scarsa importanza e la trascurarono lasciandola lentamente decadere; il colpo di grazia Maenza lo ricevette nel 1520, quando fu saccheggiata e distrutta da Giovanni dalle Bande Nere, inviato da Papa Leone X.
Un altro Papa Leone, dopo quasi quattro secoli, si interessò nuovamente di Maenza e fortunatamente in termini positivi, Leone XIII (1878-1903), nativo della vicina Carpineto, visitò Maenza e fece abbellire la chiesa parrocchiale, cui donò un trittico di buona fattura.
Fra gli avvenimenti di maggior rilievo: la rivolta del Marzo 1911, l’epidemia Spagnola del 1918 e la distruzione di una parte dell’abitato a causa di un bombardamento aereo nel 1944. Nel 1928 il Comune fu soppresso e Maenza fu collegata a Priverno, è tornata sede comunale nel 1947.

APPROFONDIMENTO:
San Tommaso D'Aquino e la città di Maenza
Correva la seconda metà di febbraio del 1274 quando il buon Fra’ Tommaso (come lo chiama Dante nel Convivio), che San Pio V nel 1567 avrebbe proclamato Dottore Angelico, salì a fatica per l’ultima volta l’erta rampa che portava al Castello di Maenza. Era in cammino verso la Francia chiamato dal papa Gregorio X al Concilio di Lione indetto per la riforma della Chiesa e per ristabilire l’unione tra greci e latini. Lo accompagnava il socius carissimus e fedele segretario Fra’ Reginaldo da Priverno e portava con sé il Libellus contra errores Graecorum, che poco meno di dieci anni prima il papa Urbano IV gli aveva chiesto di scrivere “per confutare gli errori dei greci e dimostrare la perversità dello scisma”. Veniva dal Convento di San Domenico di Napoli dopo essere stato per un breve soggiorno nel Castello di San Severino dove era giunto stanco e infermo e dove, nonostante il riposo e le amorose cure della sorella Teodora, nessun giovamento ebbe la sua salute ormai compromessa.
Durante il viaggio per la strada di Borgonovo, dopo Teano, Tommaso andò a battere la testa contro il ramo di un albero caduto di traverso e rimase come stordito. Proseguì tuttavia il cammino che aveva intrapreso come mosso da un misterioso richiamo verso l’ultima meta.
Aveva profuso nella sua non lunga vita ogni sua energia nella missione teologica, nella ricerca e nell’insegnamento della verità, nel bisogno di dimostrare l’armonia della ragione e della fede. Ma da circa due mesi, da quando il 6 dicembre durante la celebrazione della messa nella Cappella di San Nicola presso la chiesa domenicana di Napoli era rimasto rapito in estasi, non aveva più scritto o dettato, neppure l’opera del suo cuore, la Somma, lo interessava e ne aveva smessa la redazione, lasciandola incompiuta nel Trattato sulla Penitenza che aveva appena iniziato.
Era venuto il termine del suo scrivere perché a paragone di tutto quello che aveva visto e gli era stato rivelato mentre era completamente astratto dai sensi, nel sonno della contemplazione, ciò che aveva scritto e insegnato gli sembrava di nessun conto, soltanto un po’ di paglia, come aveva confidato al fedele amico e segretario Reginaldo, che gli aveva chiesto perché non volesse più scrivere.
Percorrendo la via Appia, diretto verso Roma, andava dunque incontro al suo destino, alla chiamata definitiva di Dio.
Superata Terracina, Tommaso sentì che gli venivano meno le forze e che il camminare gli veniva sempre più faticoso. Ma aveva l’importante compito affidatogli da Gregorio X e andò avanti fino a giungere a poca distanza da Maenza, in cima alla ridente collina dei Monti Lepini.
Chiese un ultimo sforzo al suo fisico debilitato dall’ignota malattia che gli dava spossatezza. Raggiunse finalmente il Castello dove rimase pochi giorni ospite della nipote Donna Francesca, sposata al signore della contrada, Annibaldo da Ceccano.
Il luogo era ameno e dal Castello che dominava l’alta valle dell’ Amaseno, l’incantevole paesaggio poteva essere ammirato in tutta la sua sfolgorante bellezza. Altre volte Tommaso, venendo a far visita alla nipote, era rimasto affascinato dalla verdeggiante natura che dal Castello andava digradando sul versante tirrenico dei Monti Lepini. Ora non poteva goderne. La malattia glielo impediva e si opponeva anche a fargli assumere quel poco cibo strettamente necessario che il medico, Giovanni di Guido da Priverno, gli raccomandava, elencandogli qualche piatto nel tentativo di stimolargli il gusto di mangiare. Alla fine Tommaso cedette alle insistenti premure e, forse per celia o perché sapeva di chiedere una pietanza che non era del luogo o nel ricordo del cibo mangiato a Parigi, chiese aringhe fresche.
Tutti rimasero stupefatti: Tommaso aveva chiesto un pesce dei mari freddi del Nord che a Maenza non poteva arrivare fresco. Il medico corse tuttavia nella piazza del paese dove, nel frattempo, era arrivato un pescivendolo, tale Bordonarius, con un carretto carico di sardelle pescate a Terracina.
Mentre il medico rovistava concitato tra le ceste, accadde l’inaspettato che sorprese lo stesso pescivendolo lasciandolo turbato: una cesta era piena di aringhe fresche. Le aringhe fresche del “Miracolo di Maenza”.
Tommaso mangiò un poco, ma la sua salute non migliorò.

(- ROMANO SAURINI - Presidente della Sezione SITA - Società San Tommaso d’Aquino - di Fossanova).


| COSA VEDERE |

"S. MARIA ASSUNTA IN CIELO" - Chiesa
Via Risorgimento, 45

All'interno:
affresco "Madonna delle Cerase", pittura suggestiva e di carattere popolare, raffigurante la Vergine rappresentata con i prodotti della terra di Maenza. Si ritiene che l'affresco sia opera di artisti privernati della Scuola di Pietro Coleberti.

"S. REPARATA VERGINE" (XV sec.) - Chiesa

"S. GIACOMO" - Chiesa

"ROCCA BARONALE" (XIII sec.) - Castello

Recentemente restaurato, risulta tra i più significativi ed interessanti per il suo genere.
Si presenta in forma quadrangolare, con quattro torri sporgenti, delle quali una, semicircolare, è posta a “rompitratta”. Mentre quella circolare, completamente inaccessibile, aveva funzioni di cisterna, le altre tre, avevano una utilizzazione di difesa attiva.
Dalla descrizione architettonica del castello, traspare una certa sovrapposizione di elementi stilistici posti in apparente forma non cronologica, come ad esempio il portale a sesto acuto e quindi di richiamo gotico che precede l’arco a tutto sesto di chiaro aspetto romanico.
Durante lo svuotamento di alcune stanze del piano seminterrato e nel corso dei lavori di ristrutturazione delle stanze ai vari livelli, è stato possibile recuperare alcuni frammenti di ceramica che vanno dal IX al XVI secolo (forme chiuse: brocche, ollette, boccali; forme aperte: ciotole, tazze coppe piatti) attribuibili ad officine del Lazio meridionale.
Il primo e il secondo livello del castello sono interessati dalla presenza di alcune pitture murarie, per lo più di tipo decorativo a tempera.


ESCURSIONI:

Monte Acuto (m.900) - Monte Gemma (m. 1457) - Monte Matarrese (m. 800) - Monte S. Martino (m. 880).


| DOVE RISTORARSI |

Ristorante “FERRI”
Via Circonvallazione - Maenza - Tel 0773/951376
Chiuso il martedì.

Ristorante “LA SORGENTE”
Località Monte Acuto - Maenza - Tel 0773/951378
Chiuso il lunedì.

Pizzeria “IL CASTELLO”
Piazza della Portella - Maenza - Tel 0773/953033
Chiuso il lunedì.

Pizzeria “SEVENTY CLUB”
Via Carpinetana - Maenza - cell 329/4050199 - 328/4113484

Birreria, Paninoteca “IL VECCHIO LAMPIONE PUB”
Via Circonvallazione - Maenza - Tel 0773/951689

Bar “G.R. BAR CENTRALE”
Piazza S. Reparata, 11 - Tel 0773/951347 - Fax 0773/951033.

“CASAL DEI LUPI”
Loc. Casal dei Lupi - Tel 0773/952800 - Fax 0773/953970 - www.casaldeilupi.it

“ACQUA I FICHI”
Via Carpinetana, Km. 34,700 - Tel 0773/951320.


GASTRONOMIA:
La cucina, di origine pastorale e contadina, trova nella elaborazione dei prodotti tipici locali la sua genuinità.
I ristoratori maentini sono testimoni di questa cucina semplice e genuina:

bruschette all’aglio o al tartufo, insieme ad olive affumicate, in salamoia o “accise”; i carciofini o i funghi sott’olio, il prosciutto, il pecorino o le famosissime “coppiette” rigidamente di cavallo o la “giuncata” di latte sono un gustoso antipasto.

Le “fettuccine”, condite con diverse salse, al ragù ai funghi porcini, ai carciofi, agli asparagi, con le stesse salse si possono condire gli “gnocchi di farina” (“strozzapreti”) o gli “gnocchi di patate”.

Uno spazio particolare lo ricoprono le zuppe di pane, che rappresentano insieme alla polenta di farina gialla, la tradizione della cucina povera locale: la zuppa di fagioli, di fave, di lenticchie, di verdura o di lumache sono gli ultimi sapori di un tempo passato.

La polenta sulla schiazza (pietra o legno) è stato l’alimento base dei contadini, si racconta che mettere sul fuoco la pentola era la prima operazione della giornata, la polenta può essere condita con: sugo di costolette di maiale o di salsicce, di lumache, di baccalà o con le verdure.

I secondi piatti sono a base di carni: carne di capra (spezzatino) o di agnello (alla scottadito) , senza tralasciare la rossa carne bovina o di bufala dei pascoli di montagna e delle vallate, inoltre la selvaggina cinghiale, lepre, fagiano il tutto pasteggiando con un corposo vino rosso o un più amabile bianco ma il tipico vino è il “fragoletto” vino di uva fragola , prodotto ormai in modeste quantità.


| EVENTI |

17 gennaio:
Festa di S. Antonio Abate

1° domenica di febbraio:
Sagra dell'Olio

Giovedì e martedì grasso:
Carnevale dei Bambini

Venerdì Santo:
Processione in costume

29 maggio:
Festa di S. Eleuterio (patrono)

1° domenica di giugno:
Sagra delle Ciliegie

13 giugno:
Festa di S. Antonio da Padova

Luglio-agosto:
Estate Maentina (con la Festa delle Stelle Cadenti)

Ultimo sabato di luglio:
"Serata sotto il Castello" (concerti di musica rock)

Agosto:
Premio Internazionale di Poesia "Dario Bellezza"

1° sabato di agosto:
Processione al Santuario di S. Luca

15 agosto:
Festa dell'Assunta

16 agosto:
Festa di S. Rocco

Sabato successivo al 16 agosto:
Festa Folcloristica Internazionale

22 settembre:
Fiera delle Fischie (contrada Le Fischia)

Domenica più vicina al 22 settembre:
Festa della Madonna dei Martiri.

LE TRADIZIONI POPOLARI

Strettamente collegate ad una cultura contadina che recava evidenti tracce di un paganesimo sempre riaffiorante, vanno lentamente estinguendosi.
Tra le manifestazioni strettamente religiose ricordiamo il pellegrinaggio al Santuario di Vallepietra, le rogazioni di primavera (benedizione dei campi), le feste del patrono S.Eleuterio, di S.Antonio da Padova e di S.Rocco.
In prossimità della Pasqua nelle case si usava lucidare gli utensili di rame con il limone e sabbia ed i mobili con olio ed aceto battuti; sempre per la Pasqua si preparavano le “caciottelle” (crostate di ricotta e uova) e le “pupe” (bamboline di pasta dolce), dal 1970 grazie alla ferrea volontà di P.Fastella si rappresenta la spettacolare e Hollywoodiana PASSIONE DI GESU’ Sacra Rappresentazione che dal 2000 è iscritta all’Europassione e rappresenta un evento da non mancare.
Tra le usanze definitivamente scomparse quelle del “ciocco” e della “panarda”.
Il “ciocco” era il pezzo di legno che il pretendente portava in casa della ragazza con cui chiedeva di potersi fidanzare; se il “ciocco” veniva messo nel camino il fidanzamento era accordato.
La “panarda” era una zuppa di fave che, in occasione della morte di un fanciullo, veniva posta sull’uscio di casa in un recipiente di legno (“capistero”) e offerta ai bambini poveri.
Per il carnevale si costruiva un pupazzo, la cui pancia era costituita da una damigiana; i “compari” del pupazzo giravano di casa in casa chiedendo in offerta del vino e quando la damigiana era piena portavano il fantoccio in piazza per festeggiare con abbondanti libagioni la fine del carnevale; alla fine il pupazzo veniva bruciato tra l’allegria (…e l'ebbrezza) generale, tradizione dal 1970 è anche il FESTIVAL CANORO DEI BAMBINI ideato sempre da P.Fastella.
Ogni anno poi in paese passava l’ “annesaro” che veniva a barattare i semi di anice, necessari per aromatizzare le tradizionali ciambelle, con olio o con olive affumicate sotto la cappa del camino, come affumicate sono le “coppiette” di carne di cavallo che servivano, perché molto piccanti, per la “passatella”.
Momenti di incontro e di grande animazione, infine, i presepi dentro le cantine del centro storico in occasione del Natale dove assaggiare le originalissime “CRESPELLE” (dolce a treccia con uva passa ) dolce che affonda le sue radici nel '700, di origine nobile pari al panettone ed altre prelibatezze natalizie, la SAGRA DELLE CILIEGIE la prima domenica di giugno, DE GUSTIBUS in estate, le fiere di merci e bestiame dell’Annunziata (25 aprile) e delle “Fischie” (22 settembre), e AUTUNNANDO a fine settembre.

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